Consulenza statistica per iniziative legali contro le discriminazioni ai sensi del decreto legislativo 216/2003

Il d. lgs. n. 216/2003 ha recepito la direttiva 2000/78/CE stabilendo il divieto di discriminare al momento dell’assunzione e durante la vigenza del contratto di lavoro (sia nel settore pubblico sia in quello privato) in base: alla religione professata, alle convinzioni personali (comprese le convinzioni sindacali), alla presenza di un handicap, all’età, all’orientamento sessuale.
La nozione di discriminazione adottata dal legislatore è piuttosto ampia. Si fa riferimento tanto alla discriminazione diretta:
«quando (…) una persona è trattata meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata un’altra in una situazione analoga»
(d. lgs. 216/2003 art. 2, 1° co., lett. a),
tanto alla discriminazione indiretta:
«quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri possono mettere le persone (…) in una situazione di particolare svantaggio rispetto ad altre persone»
(d. lgs. 216/2003 art. 2, 1° co., lett. b).
Sono, altresì, considerate come discriminazioni le
«molestie ovvero quei comportamenti indesiderati (…) aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di un persona e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante od offensivo»
(d. lgs. 216/2003 art. 2, 3° co.).
L’art. 4, 1° co., innova l’art. 15, u. co., dello Statuto dei lavoratori, che già per l’innanzi sanciva la nullità di ogni atto o patto diretto a fini di discriminazione politica, religiosa, razziale, di lingua, di sesso. Ora a tali ipotesi si è aggiunta la discriminazione basata sul fatto di essere portatore di handicap, sull’ età, sull’orientamento sessuale o sulle convinzioni personali.
Lo stesso articolo disegna la tutela giurisdizionale contro atti discriminatori. Il lavoratore discriminato può avvalersi delle procedure semplificate e rapide previste dai commi da 1 a 6 dell’art. 44 t. u. sull’immigrazione; e, se lo desidera, può delegare l’azione contro il datore di lavoro ad una rappresentanza locale di un sindacato dei lavoratori.

Si segnala in particolare il regime probatorio previsto per tale azione:

«Il ricorrente al fine di dimostrare la sussistenza di un comportamento discriminatorio a proprio danno, può dedurre in giudizio,anche sulla base di dati statistici, elementi di fatto, in termini gravi, precisi e concordanti, che il giudice valuta ai sensi dell’articolo 2729, primo comma, del codice civile»
(d. lgs. 216/2003 art. 4, 4° co.).

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