Università e social network

Il mondo dell’università negli ultimi anni è notevolmente cambiato.

Le facoltà non sono solo un luogo di studio e formazione e l’avvento delle nuove tecnologie ha giocato un ruolo fondamentale. Stessa cosa dicasi per l’esplosione dei social network. Nati quasi per gioco, i social network sono entrati a far parte delle nostre vite e anche il mondo universitario si è adeguato. Anzi, ha imparato a sfruttare il mezzo.

Gran parte degli atenei italiani infatti, dispone di un account su uno dei principali social media (Facebook, Twitter e Youtube), che vengono in genere gestiti dalle strutture universitarie che si occupano di comunicazione esterna; pagine e profili delle università presentano un grado intermedio di apertura all’interazione da parte degli utenti, e gli atenei che aprono la loro bacheca rispondono ai messaggi in modo piuttosto rapido; la maggioranza delle università pubblica meno di un post al giorno; le grandi sedi hanno il maggior numero assoluto di utenti che ne seguono il profilo, ma le università non statali primeggiano nel rapporto tra utenti effettivi e utenti potenziali.

L’analisi

Questi risultati sono il frutto di uno studio effettuato nel 2014 dal Politecnico di Torino. A guidare la carica delle «social università» sono i centri del nord (è presente il 90% degli atenei), mentre nel sud la presenza si ferma al 45%. Se per la maggior parte degli istituti l’anno della svolta digitale è stato il 2011, scorrendo il rapporto si scopre che i pionieri sono stati il Politecnico di Torino (su Facebook dal 2008) e l’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo (su Twitter dal 2009). Ma cosa fanno le facoltà in rete? Facebook viene usato soprattutto per interagire con gli studenti, Twitter funziona invece per la diffusione delle notizie.

Per quanto riguarda invece YouTube, il 61% degli atenei possiede un account, utilizzato per condividere principalmente estratti di conferenze, materiale promozionale e lezioni.

Maggiore interazione

Esaminando questi dati, l’impressione è quella di un sistema universitario al passo con i tempi e aperto a tutti. Invece il discorso cambia quando analizziamo l’interazione dei nostri atenei. Su Facebook infatti il 43% dei canali non permette agli utenti di lasciare messaggi in bacheca. Su Twitter invece, un’analisi dei tweet ha evidenziato come, in media, il 2% siano messaggini di risposta e come quasi la metà dei profili (il 44%) non ne abbia mai pubblicato nessuno. C’è un altro punto per cui l’Italia è indietro rispetto alle università internazionali: le facoltà straniere in genere usano Twitter per divulgare i risultati della loro ricerca. Noi ancora non lo facciamo.

Questa scarsa interazione rappresenta il problema principale per le nostre facoltà. Gli studenti infatti si aspettano da questi spazi risposte rapide e personalizzate. L’importante quindi, è non fare l’errore di pensare questi spazi come un canale comunicativo che può essere gestito con le stesse logiche della comunicazione istituzionale di tipo tradizionale e, nello specifico, usare i social media anche come strumento di ascolto e di raccolta del feedback degli studenti, integrandolo con gli altri strumenti più tradizionali quali l’ufficio per le relazioni con il pubblico e il call center.

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