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Tesi di laurea: come organizzare il lavoro di ricerca

Nelle scorse settimane ci siamo spesso concentrati sull’importanza del concetto di organizzazione, nell’ambito della preparazione della tesi di laurea.

Dover mettere le mani su numerosi testi e documenti molto differenti tra di loro infatti, richiede un grande impegno, che rende il sapersi organizzare un fattore fondamentale per lavorare al meglio. Proviamo ora ad approfondire l’argomento, per non correre il rischio di creare confusione tra la grande mole di materiale a nostra disposizione.

Il calendario

Ognuno ha il proprio metodo di studio, questo è ovvio, ma creare un calendario personale che ci aiuti a rispettare le scadenze, può essere molto utile. Il lavoro si deve svolgere con continuità temporale su un periodo di tempo sufficiente.

Senza contare l’indagine preliminare, che già richiede un suo tempo, a contare dall’assegnazione della tesi da parte del relatore, si deve prevedere almeno: per una tesi triennale: 9 cfu x 25 ore = 225 ore, ovvero tre mesi di calendario; per una tesi magistrale: 30 cfu x 25 ore = 750 ore, ovvero sei mesi di calendario. Una volta iniziato, il lavoro di lettura e scrittura deve procedere regolarmente e con una scadenza ben delineata.

Alla ricerca del materiale

Abbiamo già visto quanto sia delicato il lavoro di ricerca del materiale adatto alla nostra tesi. A livello generale, la ricerca deve essere svolta su pubblicazioni e altro materiale di chiaro e riconosciuto valore scientifico e universitario.

Assolutamente sconsigliato utilizzare libri di testo delle scuole superiori o documenti ricavati indistintamente da internet senza valutarne l’autorevolezza e la fondatezza.

Schede di lettura

Nel momento in cui troviamo il materiale necessario al nostro lavoro, cominciamo subito a studiarlo e ad annotarlo. In questa fase può tornare molto utile creare delle schede di lettura. Le schede di lettura del nostro materiale devono contenere: la sintesi della tesi sostenuta nell’articolo o nel libro che stiamo analizzando; i passi utili per la nostra ricerca, con l’accortezza di riportare al completo gli estremi bibliografici e in particolare le pagine che vogliamo citare, in modo da evitare laboriose ricerche dell’ultimo minuto.

Annotiamo inoltre anche le idee, gli appunti, le domande che ci vengono in mente durante la lettura delle fonti; ricordiamo sempre di controllare la perfetta trascrizione della citazione rispetto al testo originale, ed evitiamo ellissi e tagli inopportuni o non segnalati in quanto tali: schede rigorose e affidabili ci serviranno per scrivere la tesi.

Un aiuto per la bibliografia

Le schede di lettura tornano molto utili anche nel momento in cui ci dedichiamo al lavoro bibliografico della nostra tesi. La ricerca bibliografica va condotta tanto sulle cosiddette fonti primarie (testi, corpora, repertori, edizioni critiche, materiale visivo-acustico), quanto sulle fonti critiche (mono­grafie, articoli o altre forme di documentazione che riportano i contributi critici sul vostro argomento).

Il lavoro bibliografico non consiste nell’accontentarsi dei primi titoli forniti dal relatore come punto di partenza. Nella valutazione complessiva infatti, rientra anche l’autonomia con cui lo studente, al termine degli anni di studio, partendo dall’assistenza del relatore, riesce a costruire la propria bibliografia e a usarla criticamente per arrivare a una riflessione autonoma in stile scientifico e accademico.

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Università della terza età

“Gli esami non finiscono mai”, così recita un vecchio adagio.

La vita infatti ci mette sempre davanti nuove sfide da affrontare, con impegno e decisione. Ci sono poi i casi in cui, questo modo di dire, può essere preso alla lettera. Negli ultimi anni infatti, sono sempre di più le persone che decidono di intraprendere gli studi universitari ormai in età avanzata. Stiamo parlando di tutti coloro che scelgono di iscriversi all’Università della terza età.

Ad ognuno la propria motivazione

Che sia per imparare cose nuove, per tenere la mente attiva, o per riprendere in mano vecchie passioni o interessi, l’Università della terza età rappresenta la scelta giusta per rimettersi in gioco. Le università dell’età libera, popolari o della terza età, sono in genere gestite da associazioni, fondazioni culturali, cooperative, enti locali e Università.

La finalità è sempre quella di diffondere cultura tra i cittadini, in particolar modo anziani, cercando di favorire il più possibile un inserimento più attivo nel contesto socioculturale della propria città. I corsi sono di varia natura e si differenziano tra veri e propri corsi strutturati (come in università) oppure organizzati come cicli di incontri tematici, giornate di studio, convegni e simposi. Dalle lingue al decoupage, dalla storia all’informatica: per gli studenti dai capelli bianchi, ma anche per i curiosi di ogni età desiderosi di ampliare le proprie conoscenze, l’offerta formativa è davvero sconfinata.

Dall’informatica alle lingue passando per l’arte

Ma l’Università della terza età non è solo un passatempo: i corsi in molti casi sono finalizzati al conseguimento di certificazioni ampiamente riconosciute, dal patentino informatico Ecdl alla Cils (certificazione dell’italiano come lingua straniera) fino alla Microsoft Business Certification. Spesso questi istituti mettono a disposizione dei loro iscritti anche un ampio contorno di attività culturali: conferenze, incontri, visite guidate, ma anche vere e proprie gite o viaggi di istruzione in Italia e all’estero.

Un aspetto primario è relativo agli esami dei precedenti istituti, nel senso che chi si vuole immettere all’università, dovrà garantire una documentazione che possa attestare il superamento, e perciò il voto relativo del diploma della scuola superiore con copia del modello su carta, mediante l’università che si vuole frequentare. Occorrerà considerare però, che non tutte le università hanno la facoltà di accogliere studenti di tale tipo.

A Firenze

L’Università dell’Età Libera, nata nel 1983 dalla collaborazione fra l’Amministrazione Comunale e l’Università degli Studi di Firenze, nel corso degli anni si è arricchita della collaborazione di altre istituzioni culturali della città e della partecipazione di cultori della materia, ed è aperta a tutti coloro che vogliono ampliare il loro orizzonte culturale. Si connota per l’articolata scelta di corsi e laboratori, di varia durata, in grado di rispondere ad una molteplicità di interessi culturali.

Risulta evidente quanto l’offerta formativa sia molto ampia. L’Università della terza età negli ultimi anni ha vissuto un vero e proprio boom, anche grazie all’aumento dell’età media. Una scelta molto indicata per chi ha sempre voglia di mettersi in discussione e non vuole mai smettere di imparare.

Guida alla stesura della nostra tesi di laurea

Quello della tesi di laurea è un lavoro che necessita di molto tempo, pazienza e precisione.

Non tutti infatti, sono abituati a passare molto tempo davanti al pc a scrivere. Il modo in cui scriviamo però, si riflette inevitabilmente sulla valutazione del nostro lavoro, quindi è un elemento da non sottovalutare. Ma come fare per scrivere in modo efficace? Vediamo qualche semplice consiglio che può aiutarci durante la stesura delle nostra tesi, ma non solo.

Il foglio bianco

Da sempre ritrovarsi davanti ad un foglio bianco da riempire, rappresenta un ostacolo per molti studenti. In particolar modo, chi ha frequentato una facoltà scientifica, potrebbe avere qualche difficoltà in più con l’approccio alla scrittura. Ma non c’è motivo per scoraggiarsi, basta seguire poche semplici regole che renderanno la nostra scrittura più rapida.

Per prima cosa è bene ricordare che ci sono tre elementi fondamentali che dobbiamo avere ben presenti: la struttura della nostra tesi; il contenuto; la forma corretta per presentare la nostra tesi.

Struttura

Una tesi di laurea con una struttura che si rispetti, deve contenere una serie di punti imprescindibili. Il primo è ovviamente l’introduzione, che getterà le basi del nostro lavoro. Poi c’è il metodo, attraverso il quale è nostro compito spiegare quale metodologia abbiamo usato per la tesi. Si passa poi ai risultati che abbiamo raggiunto, risultati che argomenteremo al meglio, durante la fase della discussione. L’ultima fase è quella delle conclusioni, per fare il punto su tutto il nostro lavoro.

Questa struttura potrà guidarci durante l’intera stesura dell’elaborato.

Contenuti

Ovviamente i contenuti che andremo ad analizzare nella nostra tesi, rappresentano il cuore del nostro lavoro. Tenendo sempre ben presente che, la prima versione della nostra tesi, sarà di certo solo una bozza e potremo essere costretti a modificarla più volte, vediamo come organizzare il contenuto.

Come prima cosa, è bene raccogliere assieme tutto il materiale che abbiamo a disposizione (testi, articoli scientifici, ecc…); la fase successiva consiste nell’individuare un filo logico che leghi le diverse idee. Qui l’obiettivo primario è trovare la giusta posizione per i diversi contenuti. Infine dobbiamo dedicarci ad un lavoro di pulizia di questi contenuti, scartando tutto ciò che non è utile al nostro scopo.

Occhio alla forma

Sembrerà banale, ma non tutti ricordano l’importanza del prestare la giusta attenzione alla grammatica. Eppure, una tesi piena di errori rischia di mandare in aria il lavoro di molti mesi, quindi è bene non sottovalutare questo elemento. Cerchiamo quindi il nostro stile personale, ricordando sempre di rispettare le regole della grammatica.

Infine, una bella rilettura di tutto ciò che abbiamo scritto, aiuterà a correggere gli eventuali errori.

Come dicevamo all’inizio, scrivere una tesi di laurea richiede grande concentrazione e cura per i dettagli. Ma la soddisfazione che proveremo il giorno del conseguimento della laurea, ci ripagherà di tutti gli sforzi affrontati.

Quanto costa l’università in Italia?

L’università rappresenta il punto più alto del nostro percorso formativo.

Anni e anni trascorsi a sgobbare sui libri, trovano finalmente un significato quando otteniamo la tanto sognata laurea, dopo la quale (in teoria) siamo pronti ad entrare nel mondo del lavoro.

Non tutti però riescono ad accedere all’università, non solo per scelta ma perché a volte costretti a rinunciare. Nonostante le numerose agevolazioni presenti nel nostro paese infatti, studiare all’università in Italia costa caro. Molto varia in base al luogo in cui decidiamo di studiare e in base alla facoltà.

Il reddito decide il percorso

Le rette universitarie infatti, variano sia da regione a regione che tra diversi indirizzi universitari, ovviamente in base alla fascia di reddito. Pur avendo registrato un calo del 14,33% per chi rientra nella terza fascia degli scaglioni di reddito, secondo Federconsumatori, l’importo annuale delle tasse universitarie negli istituti pubblici varia ancora da 477,88 euro per la prima fascia ai 2.265 euro per le fasce superiori.

Nelle università del nord le rette universitarie sono mediamente più alte dell’8,72% rispetto a quelle del sud e del 16,41% rispetto alla media nazionale. La media nazionale è quindi fortemente influenzata dal nord, in quanto nel centro e nel sud i costi delle tasse sono quasi sempre inferiori a tale media.

Come dicevamo però, la spesa annuale varia non solo in base alla zona geografica e al reddito, ma anche in base alla facoltà: Medicina, Ingegneria, Architettura e Farmacologia, risultano essere tra le più care. Di non poco conto risultano anche le spese per i libri, con una differenza tra le facoltà umanistiche e quelle scientifiche: per le prime la spesa ammonta in media a 454 euro annui, il 17% in più rispetto a quelle scientifiche. Ad orientare lo studente nella scelta dell’università non è quindi solamente la qualità della facoltà prescelta, ma gioca un ruolo fondamentale anche il reddito della propria famiglia.

Tempi duri per gli studenti fuori sede

Il discorso cambia ulteriormente se parliamo di studenti che devono spostarsi per raggiungere l’università. Il problema riguarda i pendolari, che ogni anno vedono aumentare il prezzo dei biglietti dei treni regionali, ma soprattutto gli studenti fuori sede. Uno studente italiano fuori sede spende infatti, fino a 6.958 euro annui in più rispetto ad uno che studia in sede.

E’ l’affitto ovviamente la voce più costosa per uno studente fuori sede che, insieme alle spese accessorie (riscaldamento, condominio, energia, ecc.), raggiunge mediamente 4.982 euro annui se sceglie di vivere in singola e 3.756 euro annui se invece, sceglie di condividere una stanza con altri studenti.

Dividendo l’Italia in Macro-regioni si scopre che è il centro ad avere le spese per la casa (affitto+mantenimento) più alte, pari a 5.544 euro annui per una stanza singola e 4.194 euro annui per una stanza condivisa. Più economico invece, risulta il sud con una spesa pari al 31% in meno rispetto al centro, per quanto riguarda la stanza doppia e del 34% in meno relativamente alla singola.

Insomma, la situazione non è delle più rosee e c’è ancora tanta strada da fare per rendere l’università davvero accessibile a tutti.

Il simbolo della laurea: la corona di alloro

Il giorno della discussione della tesi di laurea, è uno dei più importanti della nostra vita.

Ormai ci siamo; il tanto agognato traguardo si trova proprio lì, alla nostra portata. L’emozione è alle stelle e vogliamo che sia tutto perfetto. Ovviamente sappiamo benissimo che non sarà così e che gli imprevisti sono dietro l’angolo. Ma nonostante tutto, questa è la nostra giornata, da festeggiare alla grande con amici e parenti.

Oggi andiamo alla scoperta del simbolo per eccellenza della laurea, la corona di alloro. L’immagine del neo-laureato incoronato con l’alloro è un classico che non passerà mai di moda. Ma da cosa deriva questa tradizione?

Una tradizione che viene da lontano

La corona trionfale, detta anche corona d’alloro, era una corona utilizzata come onorificenza della Repubblica e dell’Impero romano attribuita ad un generale trionfante. La corona era composta da un serto d’alloro, simbolo di gloria, posto sul capo del generale trionfante dall’esercito al momento dell’acclamazione a imperator. Al generale veniva poi donata anche un’analoga corona d’oro, sempre in foggia di corona d’alloro, da utilizzare nel corso del trionfo, sorretta sul suo capo da uno schiavo pubblico durante la sfilata.

Utilizzata anche come premio nelle gare sportive (ma non nei giochi olimpici dell’antica Grecia, in cui si usava l’ulivo), la corona d’alloro divenne in età imperiale attributo proprio degli imperatori. La corona trionfale era anche un tipico attributo della dea Vittoria, spesso rappresentata nell’atto di reggere o porgere un serto d’alloro.

In latino la corona di alloro era detta laurus o laurĕa, che indicava anche la pianta di lauro e, per estensione, la vittoria. Dalla parola laurĕa deriva il significato moderno di “laurea” (titolo di studio) e il “laureato” (in latino laurĕātus) è appunto colui che porta la corona di alloro, come i dotti e i poeti.

Ecco perché questa tradizione si è diffusa ed è giunta fino a noi, in quanto una persona laureata è simbolo di virtù e sapienza, di grande onore e di grande sapere, le grandi conoscenze acquisite verranno messe in pratica nella sua vita e per questo merita l’incoronazione con l’alloro.

Ad ogni facoltà il proprio colore

Sono in pochi inoltre a sapere che la corona di allora ho un colore che varia in base alla facoltà frequentata. Vediamo quali sono. Economia: giallo; Scienze politiche: azzurro; Lettere: bianco; Infermieristica: rosso scuro; Medicina: rosso; Giurisprudenza: blu; Agraria: verde; Ingegneria: nero; Architettura: nero; Lingue: rosso bordeaux; Scienze della Formazione: rosa; Psicologia: grigio; Veterinaria: viola.

Nonostante questi siano i colori più comunemente diffusi, non esiste una regola scritta uguale per tutti e qualche ateneo potrebbe presentare delle variazioni. Ecco spiegato il significato della corona d’alloro, una corona donata a coloro che entreranno a far parte della cerchia dei sapienti, grazie agli studi che hanno fatto con sacrificio ed amore.

Come molte delle tradizioni che sopravvivono ai nostri giorni, questa non è altro che un simbolo che serve a ricordare l’impegno e la fortuna di aver acquisito conoscenza e sapienza che ci accompagnerà nella vita di tutti i giorni.

Prendere appunti durante la lezione

Il percorso che ci porta verso la laurea è lungo e tortuoso.

Anni e anni trascorsi districandosi fra la facoltà, gli esami da preparare e le lezioni da seguire. Si tratta di un periodo della nostra vita in cui il tempo rappresenta un bene estremamente prezioso e riuscire ad organizzarlo al meglio, rappresenta di certo una soluzione vincente.

Una delle soluzioni migliori (se non la migliore) per ottimizzare i tempi di studio, è quella di frequentare con concentrazione le lezioni dei docenti. Certo, le distrazioni possono essere tante e spesso la voglia di divertirsi con i compagni di studio vince sul nostro lato responsabile. Ma è importante ricordare che, seguire nel modo giusto la lezione del docente, rappresenta un aiuto preziosissimo per affrontare l’esame.

Ad ognuno il proprio metodo

Ognuno ha il proprio metodo per seguire una lezione, ma la classica scelta di prendere appunti non passerà mai di moda. Riuscire a prendere per bene gli appunti però, non è così semplice come può sembrare e spesso ci si ritrova con un foglio pieno di scarabocchi senza senso, incomprensibili anche per noi che li abbiamo scritti.

Anche in questo caso quindi, la ricerca del metodo giusto si rivela fondamentale per ottenere un buon risultato. La prima cosa da fare è cercare di capire lo stile di insegnamento del docente.

Ad esempio, se si tratta di un professore che a l’abitudine di sfruttare le presentazioni di PowerPoint senza però seguirle alla lettera, una buona soluzione potrebbe essere quella di stilare una lista dei concetti principali, invece di copiare tutto ciò che vediamo. Questo sistema è piuttosto semplice, ma possono sfuggire i dettagli minori. Per seguirlo, in pratica si possono copiare testualmente i contenuti delle slide utilizzando un elenco puntato. Sotto a ogni punto poi, possiamo aggiungere tutto quello che dice il professore e che non è contenuto nelle slide.

Cornell Note

Il sistema chiamato Cornell Note si basa invece sull’annotazione dei punti principali. Questo metodo non va bene per chi preferisce copiare proprio tutto da una fonte. È preferibile per chi vuole cogliere i concetti basilari a lezione, o per chi ha un professore che parla senza sosta. Per seguire questo sistema, prendiamo una pagina vuota sul quaderno e tracciamo una riga orizzontale in alto; in seguito, disegniamo una linea verticale lasciando un piccolo margine sulla destra. In alto, intitoliamo il foglio in base all’argomento della lezione. Successivamente, annotiamo i punti principali sulla sinistra della linea verticale, ed elaboriamo dubbi e dettagli sulla destra. Alcuni studi condotti dalla Cornell University hanno dimostrato che questa è la strategia più efficace che ci sia per prendere appunti.

Ovviamente non esiste un metodo infallibile ed ognuno di noi prenderà gli appunti in base alle proprie preferenze.

Infine è buona cosa riorganizzare gli appunti una volta a casa. In questo modo riusciremo a fissare ulteriormente i concetti chiave affrontati durante la lezione.

Prendere per bene gli appunti a lezione, è da sempre la soluzione preferita da milioni di ragazze e ragazzi in tutto il mondo; perché l’organizzazione è il primo passo per raggiungere il successo.

Tesi di laurea: qual è la giusta lunghezza?

Scrivere una tesi di laurea non è un’operazione che si svolge tutti i giorni.

C’è bisogno di molto tempo, precisione e pazienza. Si tratta probabilmente dell’evento più importante nel nostro percorso di studi, il momento in cui anni e anni passati a sgobbare sui libri, si trasformano in qualcosa di concreto. Per questa e per tante altre ragioni, tutti vogliamo che il nostro lavoro di tesi sia impeccabile.

Ma la perfezione lo sappiamo, non appartiene a questo mondo e una ricerca troppo ossessiva rischia di ottenere esattamente il risultato opposto. La voglia di colpire e di strafare rischia di farci cadere in qualche trappola, rovinando così tutto il nostro lavoro.

Tra i tanti rischi legati alla nostra tesi, quello della lunghezza rappresenta un problema da non sottovalutare. Quando cominciamo a scrivere la nostra tesi infatti, pensiamo sempre di inserirci tantissime informazioni per renderla il più completa possibile. Ma troppe informazioni rischiano di tradursi in un lavoro eccessivamente lungo e poco accurato, che non sarà valutato positivamente dalla commissione di laurea.

Regole generali

Ma esistono delle regole precise per quanto riguarda la lunghezza della nostra tesi? Non ci sono dei paletti ufficiali che limitino il nostro lavoro, ma è comunque possibile farsi un’idea dei parametri da seguire. Per quanto riguarda la tesi di primo livello (triennale), si tende a scegliere una lunghezza tra le 40 e le 80 pagine. In questa tipologia di tesi, siamo chiamati a dimostrare la nostra conoscenza di base riguardo gli argomenti del corso di studi, per questo 80 pagine sono considerate più che sufficienti.

Il discorso cambia quando si tratta della tesi specialistica (magistrale). In questo caso infatti, la conoscenza da dimostrare è ben più approfondita. Se poi a questo aggiungiamo l’analisi dei risultati che abbiamo ottenuto attraverso le nostre indagini, la lunghezza può tranquillamente arrivare alle 150 pagine.

Ma ci sono altre tipologie di tesi, come ad esempio quella di master e quella di dottorato di ricerca. Per quanto riguarda la prima, trattandosi di una tesi scritta in seguito ad un’esperienza lavorativa, non ci sarà bisogno di dilungarsi troppo, ma ci si può basare sugli stessi parametri della tesi triennale. La tesi di dottorato di ricerca invece è sicuramente la più lunga e più impegnativa, visto che affronta un periodo di tempo di svariati anni. In questo caso, si arriva tranquillamente alle 200 pagine.

L’importante è la qualità del lavoro

Come abbiamo già detto, queste non sono regole ufficiali ma semplici consigli dettati dall’esperienza e dal buon senso. Di certo sarà bene avere le idee chiare sin dal primo momento e per farlo diventa fondamentale l’attività di ricerca del materiale. Selezionare solo ciò che è veramente importante per la nostra tesi, è il primo passo per farci un’idea della lunghezza finale.

Come sempre, il nostro relatore rappresenterà un valido supporto che ci aiuterà a non perderci nell’immensa mole di informazioni a disposizione. L’importante è ricordare sempre che il concetto di quantità, raramente corrisponde con quello di qualità.

Un lavoro di tesi ben fatto e della giusta lunghezza, rappresenta senza ombra di dubbio il biglietto da visita migliore per la commissione di laurea. Attenzione quindi a non farci trascinare dall’entusiasmo e dalla voglia di strafare, ricordando sempre la vecchia regola secondo la quale l’importante è dare il maggior numero di informazioni nel minor tempo (e spazio) possibile.

Diventare docente universitario

La ricerca di un lavoro dopo la tesi di laurea rappresenta il problema principale per la maggior parte degli studenti.

Ogni giorno siamo bombardati da notizie che ci illustrano un quadro catastrofico della situazione lavorativa nel nostro paese. Si tratta di una vera e propria piaga sociale, ben lontana dall’essere risolta.

Uno dei settori più affascinanti e prestigiosi in cui lavorare, è senza dubbio il mondo universitario. Sono molti gli studenti che sognano di rimanere all’interno dell’ateneo per poter un giorno fregiarsi del titolo di professore universitario. Si tratta però di un percorso difficile e tortuoso, ricco di difficoltà. Se però le sfide non ci spaventano, scopriamo assieme il lungo percorso da seguire per diventare un docente.

Primi passi

Una volta ottenuta la laurea magistrale, il passo fondamentale per intraprendere la carriera universitaria, è scegliere un settore scientifico disciplinare in cui inserirsi. Non potremo infatti insegnare una singola materia ma dovremo essere competenti e qualificati nell’intero raggruppamento disciplinare.

Si comincia con la formazione post laurea, magari vincendo un concorso per accedere ad un dottorato di ricerca e individuando un settore disciplinare.

Il dottorato

Il dottorato di ricerca può avere una durata di un minimo di tre anni fino ad un massimo di cinque. Durante questo periodo, dovremo quindi occuparci della redazione di ricerche, pubblicazioni e libri, scegliendo un insieme di discipline da approfondire e a cui dedicarci fino alla fine del periodo di ricerca.

Arrivati a questo punto, per proseguire il percorso all’interno dell’università è necessario diventare ricercatori, affrontando un concorso. Ottenuto questo ruolo potremo iniziare a svolgere attività di ricerca all’interno di centri specifici e offrire la nostra collaborazione agli studenti per le ricerche relative alla stesura della tesi di laurea.

Oltretutto avremo modo di tenere lezioni e assistere gli studenti divenendo loro tutor.
Il ricercatore dopo 3 anni dall’entrata in ruolo, dovrà sottoporsi ad una prova che lo farà diventare ricercatore confermato se avrà esito positivo. In caso di esito negativo invece, si potrà chiedere un nuovo giudizio dopo due anni.

Professore associato e ordinario

A questo punto siamo immediatamente sotto la carica di professore associato, ruolo raggiungibile per concorso pubblico con tempistiche e svolgimento identiche a quelle di ricercatore. Se siamo riusciti ad arrivare fin qui, l’ultimo ostacolo da superare è un altro concorso, che ci porterà al tanto agognato ruolo di professore ordinario.

Il percorso appena descritto rappresenta ciò che solitamente è la carriera universitaria, ma in rari casi è possibile ottenere direttamente ruoli di professore associato ed ordinario nel caso in cui il candidato possieda doti eccellenti in uno specifico settore scientifico disciplinare.

Diventare un professore universitario non è un obiettivo facile da raggiungere. Tempo, sacrificio e grande impegno, sono gli elementi fondamentali per ottenere questo ruolo. Se però riusciremo a non farci scoraggiare dalle difficoltà e a non farci spaventare dagli ostacoli, saremo in grado di ricoprire una delle cariche più prestigiose e importanti della società contemporanea.